Testimonianze

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Angelo: il bastone bianco, amico inseparabile

Sono nato nel 1965 a San Paolo Albanese, un piccolo comune della Basilicata: un paese che in quegli anni non aveva ancora avuto esperienza di bambini ciechi, ma che sapeva offrire tanta solidarietà.
La mia infanzia l’ho vissuta fra oculisti e ospedali del meridione d’Italia. I miei genitori non potevano fare di più e ce l’hanno davvero messa tutta pur di avere una speranza. Purtroppo ogni sacrificio è stato vano. Da bambino ho frequentato la scuola materna del paese: ci conoscevamo tutti, ma quello è stato per me il periodo più difficile da superare. Sentivo pressante il disagio causato dal non vedere e dalle forti differenze fra me e gli altri bambini: non potevo fare i giochi di tutti, ad esempio giocare a pallone o correre, venivo messo da parte e per di più discriminato da alcuni insegnanti che avrebbero preferito non avermi in classe. La determinazione dei miei genitori ebbe la meglio.

Anita: il mio canto essenza dell’anima

Il mio nome è Anna, Anita per gli amici. Sono nata a ottobre del 1968, ma in realtà sarei dovuta nascere a febbraio dell’anno successivo. Per qualche strana circostanza sono venuta al mondo prematura e con un parto podalico.
Le mie condizioni di salute si rivelarono da subito preoccupanti: avevo continue crisi respiratorie e i sanitari, che mi soprannominarono “microbino”, non erano certi che ce l’avrei fatta. Invece, eccomi qua a raccontarvi la mia storia segnata da quella incubatrice che mi ha resa cieca per sempre a causa di una leggerezza del personale sanitario, che dimenticò di bendarmi gli occhi.

Carmela

La semplicità, la curiosità, le relazioni amicali, la capacità di esplorare nuove situazioni e la continua ricerca di normalità sono gli aspetti sostanziali della quotidianità di Carmela Brienza che, ogni giorno, è pronta a intraprendere nuove sfide nella convinzione che la sua cecità è sicuramente un limite, ma non un ostacolo insormontabile per vivere con soddisfazione e pienezza la propria vita di donna, di moglie, e di madre. Bisogna osservarla con attenzione Carmela, per comprendere che si tratta di una persona cieca dalla nascita, dal momento che è sempre alle prese con i fornelli, le faccende di casa e, ancor più, a rammendare, attaccare bottoni, lavorare a maglia, curare i gerani e quant’altro c’è da sbrigare in una casa grande, ma sempre lucida e in perfetto ordine. Fino a qualche anno fa c’era anche il lavoro di massofisioterapista presso l’ospedale di Pescopagano (PZ) ad arricchire le sue giornate intense e laboriose.

Chiara: una madre speciale

Sono Chiara, la mamma di Adriana, che ha quasi trent’anni ed è affetta dalla sindrome di Down. Adriana è cieca dall’età di 10 anni per colpa di quei professoroni che hanno fatto le loro sperimentazioni, ingannandoci ogni volta.
Sottolineo chi perché è la situazione più grave rispetto alla disabilità generale. Il 21 giugno 1984 il mondo mi crollò addosso: “Signora, le è capitata una disgrazia, può succedere, ma se vuole può liberarsi della sua bambina oppure deve avere pazienza e abituarsi”.
Nessuno mi disse, neppure il cappellano che entrò nella mia stanza: “Impari a volerle bene, è un tesoro”. In seguito, solo una espressione mi scosse e mi fece rinascere: “Immagini di trovarsi in un campo di margherite e di vedere un tulipano, immagini di trovarsi in un campo di tulipani e vedere una margherita: c’è un fiore diverso, ma è pur sempre un fiore”. Scattò la molla, dopo tanti ma e tanti se dissi: “Sono felice di averti, Adriana, non ti cambierei con nessuna altra cosa al mondo, se non ti avessi ti inventerei per la ricchezza che ci dai giorno dopo giorno e per aver migliorato la qualità della nostra vita”. Ora mi sento completa.

Il Braille: l’amico fedele!

Il Braille è un amico insostituibile al quale nel corso degli anni ho affidato i miei pensieri, le mie idee e soprattutto l’intensità di una emozione appena vissuta, nella certezza che avrebbe conservato gelosamente ogni parola scritta, senza tralasciare nulla e nemmeno giudicare.
Avere la possibilità di rileggere le pagine che ho scritto mi fa riassaporare quei momenti, riascoltare i dialoghi, risentire i profumi, insomma riaprire la scatola dei ricordi che, viceversa, sarebbero stati sbiaditi e consumati dal tempo, non vividi e intensi come quelli appena vissuti.
Vi racconterò, dunque, con qualche semplice pennellata il mio personale rapporto con lui, il mio amico; sarà come sfogliare un album fotografico e fermarsi a riflettere su ciascuna foto, riavvolgendo ora in avanti ora indietro il nastro della vita.

Lucio, cagnone birbante

Lucio è un labrador biondo con le zampe grosse, palmate e muscolose, ha un muso tozzo e carnoso ed io amo molto accarezzarglielo, le orecchie pendule, il pelo corto e lo sguardo dolce e languido lo rendono un tenerone, cosa della quale lui ne approfitta, specialmente se si tratta di chiedere cibo.
Dopo l’incontro ebbe inizio la nostra avventura; confesso che ero molto spaventata, ma lui mi trasmetteva un grande coraggio tale da non fermarmi di fronte agli ostacoli. Io e Lucio, ci facevamo delle grosse chiacchierate; io dicevo : “Lucio cosa stai facendo”? Lucio: “mi ha scoperto! Ora mi nascondo sotto il tavolo”! ed io “ah! Ti ho beccato con lo straccio in bocca! Molla subito”, ma solo dopo avermi fatto esasperare mollava la presa.
Una sera, mentre giravamo per strada fummo affrontati da un gruppo di ragazzini che volevano derubarmi, io incitai subito Lucio e lui con un ringhio da lupo famelico li mise subito in fuga.

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